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30-06-11

 

 

 

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A Pieve S. Lorenzo la festa religiosa di S.Giuseppe è sempre stata sentita dalla popolazione che anche oggi ha mantenuto la tradizione culinaria delle frittelle di grano dolci e salate. Il 19 marzo del 1945 avrebbe potuto quindi essere uno dei tanti, ricorrenti negli anni, anche se la guerra, che ormai stava giungendo al termine, aveva portato forti mutamenti nei modi di vita e aggravato le già precarie condizioni economiche delle numerose famiglie in cui gli uomini erano assenti perché richiamati nell’esercito, affiliati ai numerosi gruppi partigiani o nascosti in rifugi sparsi in anfratti delle selve o in buie cantine, per evitare l’arresto dopo l’8 settembre 1943 (nota 1). C’era bisogno del contributo di tutti, donne, anziani e bambini per “tirare avanti” sperando in un futuro migliore, anche se sembrava ancora molto lontano. La vita scorreva quindi tra grandi difficoltà e sempre all’erta per i frequenti bombardamenti alleati e i temuti rastrellamenti dei tedeschi. Tutti sapevano che il ponte ferroviario era uno dei possibili obbiettivi degli alleati per interrompere i collegamenti ferroviari utilizzati per il trasporto di “armi e munizioni” anche se della loro reale esistenza in loco, ancora molto si discute e, a distanza di molti anni, ancora oggi vi sono pareri contrastanti in merito. In questo contesto, il rumore del motore di un aereo, anche se ancora lontano, era sempre motivo di allarme tra la gente del paese che aveva predisposto rifugi di fortuna in più punti verso cui si correva al minimo segno di allarme. Il rifugio più sicuro e capiente era costituito dalla costruenda galleria del Lupacino. Il suoi imbocchi, quello principale e la finestra laterale di scavo, erano infatti molto vicini al centro abitato.

Quel pomeriggio, ricordano ancora chiaramente i numerosi testimoni, era una bella giornata di primavera, le abitazioni del paese erano quasi tutte deserte poiché ferveva il lavoro nei campi da arare e preparare per la semina, c’erano da accudire gli animali domestici al pascolo e quei pochi, ragazzi ed anziani, che avevano già assolto i loro compiti, si godevano il caldo sole primaverile all’aperto, nelle aie o nella piazza del paese, dove alcuni ragazzi avevano organizzato una “partitella” di palla al balzo (nota 2), gioco tradizionale del luogo che ancora oggi viene praticato nelle domeniche di tempo buono (nota 3). Sembrava quindi una giornata “normale” che sarebbe proseguita in, anche se apparente e precaria, tranquillità fino a sera, quando, poco dopo le 14.00, il temuto rombo degli aerei da bombardamento irruppe prepotentemente nella valle. Tutti, come già successo altre volte, corsero verso il rifugio antiaereo più vicino: la galleria del Lupacino, alcune cantine interrate o profondi anfratti nelle vicine selve, ma quel giorno, invece di sparire velocemente nell’altro versante, uno dei velivoli sganciò alcune bombe, le testimonianze riferiscono essere almeno tre, una delle quali colpì il centro del paese ed esplose con un boato che fu sentito a chilometri di distanza creando una nuvola enorme di polvere che impedì per alcuni minuti, di individuare il luogo preciso e l’entità dei danni a chi, nei dintorni, ne fu testimone diretto. Ciascuno di loro immaginò con terrore e dolore, amici o parenti vittime di quell’esplosione e così fu anche per gli abitanti di Pieve, durante quegli interminabili minuti in cui ciascuno, per la polvere e la concitazione, poté solo immaginare le conseguenze dell’esplosione. Quando la nuvola di polvere si diradò la casa di Domenico Martini (nonno della scrivente), in località Vinacciara, non esisteva più, al suo posto c’era solo un grande cumulo di macerie, mentre le case vicine erano praticamente intatte. Il proprietario, dal paese di Antognano, posto al di sopra della valle, dove si sera recato per cercare degli innesti di vite, aveva assistito alla scena e tutti ricordano la sua disperazione nel pensare alla moglie e ai figli che lui pensava sepolti sotto alle macerie. In quel momento naturalmente il danno economico appariva del tutto insignificante!

Fortunatamente, invece, sia la moglie Fabiola che i figli, quelli allora presenti in paese, erano impegnati fuori di casa: il minore, Ennio, nei campi.

A seguito di quella che fu considerata, oltre che dalla  famiglia Martini, da tutto il paese una grazia ricevuta per essere tutti sopravvissuti ad un così terribile evento, undici anni dopo, nel marzo 1956, Don Armenio Notari così scrive nel suo diario: “Poiché il bombardamento aereo del 19 marzo 1945 non aveva fatto vittime in parrocchia, mi ero obbligato con pubblica promessa a comprare la statua di S. Giuseppe cui attribuimmo lo scampato pericolo. Nel decennale dell’avvenimento, a scioglimento della promessa abbiamo celebrata la festa del Santo portandone in processione la nuova statua.

 

N.d.R. Come documentazione dell’accaduto sono stati trascritti i racconti raccolti dalla viva voce dei testimoni.

 

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Ultimo aggiornamento: 30-06-11